Urea a lento rilascio in razione? Qualche ragione (escluse quelle nutrizionali) da considerare

Che l’urea sia un materiale che non riguarda solo la concimazione del mais, ma possa entrare anche nell’alimentazione della vacca da latte non è cosa nuova. Tuttavia è materia scottante. Letteralmente, perché – rifacendomi a quello che ha detto un nutrizionista – è azoto che solubilizza nel rumine come la fiammata di un fiammifero, tutto di colpo.

Di fatto creando più problemi da gestire di quanto ne possa risolvere.

Ecco perché l’evoluzione del pensiero in merito, e della tecnologia per renderlo efficace, è stato quello di rendere graduale questa solubilizzazione nell’ambiente ruminale, affinché la quantità di azoto disponibile per i batteri ruminali possa essere costante e diluita nel tempo.

E così avviene, grazie a rivestimenti particolari del “confetto” di urea.

Tutto ciò per andare a parare dove, di preciso?

Tralascio tutti gli aspetti nutrizionali, che pure sono importanti e che afferiscono al corretto bilanciamento della disponibilità di azoto ed energia nel rumine, crescita dei batteri ruminali, migliore utilizzazione della fibra e così via. Tutte cose che il bravo nutrizionista che vi segue può spiegare meglio di me senza dubbio.

Ci sono però altri aspetti che diventano attuali alla luce degli ultimi eventi.

Non sempre – lo si è visto di recente – la soia è così economica e reperibile.

Per questo la sua sostituzione parziale con una frazione di urea “tecnologicizzata”, ruminoprotetta, potrebbe avere un senso da valutare.

Un prezzo che è svincolato dalle dinamiche delle coltivazioni, dei raccolti, delle navi, della speculazione, che invece sono il pane quotidiano della soia.

Altro punto di attualità dell’urea: non è in competizione con l’alimentazione umana. Questo lo può capire chiunque, anche un animalista urbano che non sa nulla di stalle e di animali allevati. Di fatto rende le razione meno “pesante” quanto a componenti “sottratte” al food.

Un terzo aspetto non trascurabile, anche se qui la contabilità è sicuramente complessa, riguarda l’impronta carbonica della produzione di latte (se ne è parlato recentemente. Clicca qui, quo e qua per leggere).

La soia di importazione brasiliana pesa enormemente quanto a CO2 equivalente che entra nei computi, visto che si porta in dote il disboscamento dell’Amazzonia, il trasporto navale, il trasporto su gomma, con tutti i loro bei carichi di CO2.

Vero che anche l’urea ha un processo industriale e una logistica, ma potrebbe cavarsela meglio. Una parte di soia sostituita da urea ruminoprotetta potrebbe quindi dare un aiuto sul versante CO2 prodotta nel ciclo produttivo del latte.

Ovviamente tutte considerazioni generali, da attualizzare caso per caso, come sempre, perché ogni azienda è un mix irripetibile di stalla, campagna, lavoro e organizzazione.

Però è interessante vedere come i cambiamenti di approccio sociale e culturale – oltre che tecnico – a volte danno nuovi argomenti a vecchi strumenti.

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