Perché (addirittura) ci potrebbe essere spazio per l’ottimismo/2

Fare previsioni ora è come lanciare una foglia in aria, in una giornata di vento, e indovinare esattamente il punto in cui cadrà. Troppe le variabili in gioco, fattori incontrollabili che si influenzano tra loro e possono definire esiti differenti.

 

Tuttavia, per quanto azzardato possa sembrare, si possono cercare e trovare indizi di ottimismo per un futuro non tropo lontano.

 

E così, ribadite le premesse iniziali, continuiamo questa esplorazione alla ricerca della parte mezzo piena del bicchiere, dopo il tentativo scorso che, per non ripetersi, potete trovare cliccando qui.

 

Fermiamoci per un momento alle materie prime. La situazione è meno tesa, ma sempre nervosa. Tuttavia – e questo è il dato centrale – i raccolti ci sono, mais e soia sono abbondanti e pronte a entrare nei flussi produttivi. Il problema è solo (e non è poco) di tipo logistico. Di filiere di trasporto, dalla nave al camion, che sono in una fase di stress, come un elastico tirato e, per questo, non tranquillizzante sulla sua tenuta.

 

Tuttavia, per stare nella parte mezzo piena del bicchiere, il dato chiave è che il prodotto non manca e chi deve vendere non può permettersi il lusso di non farlo. Certo, c’è anche la variabile politica che può dare il suo contributo a ingarbugliare il filo: ad esempio con misure di protezionismo da parte di Paesi normalmente esportatori, che in questo clima di incertezza mondiale vogliono assicurarsi sui fabbisogni interni. Anche questo è un fattore da tenere monitorato, una delle tante variabili di cui sopra.

 

Andiamo negli Usa. Per i produttori di latte la situazione è tutt’altro che rosea. E anche per la filiera dairy nel suo complesso, alle prese con la nota situazione di crollo della domanda per determinate tipologie di prodotti freschi causa chiusura del canale HoReCa. Di colpo ci si è trovati con una frazione tutt’altro che piccola di latte in esubero. Il tutto con scorte di burro, formaggio e latte in polvere ai massimi. Pochi sbocchi sul mercato interno, ma anche meno su quello esterno per quanto riguarda il latte in polvere, perché c’è la questione del rafforzamento del dollaro che rende questa commodity meno accessibile a tanti mercati di sbocchi, primo tra tutti quello messicano. Tradizionali mercati di sbocco del latte in polvere potrebbero così essere conquistati da altri esportatori con cambio più favorevole. Vero è che la caduta del prezzo del petrolio riduce le possibilità di acquisto di molti paesi importatori, e questo – insieme alla caduta dei consumi – avrà ripercussioni sui volumi complessivi.

 

Però, andando in Nuova Zelanda, scopriamo che, ancora una volta, un problema climatico interferisce pesantemente sulle dinamiche di produzione. La solita siccità sta riducendo la quantità di latte prodotto e si sa che piccoli scostamenti della produzione in Oceania hanno effetti molto energici sui prezzi mondiali del latte, perché buona parte della produzione va ad alimentare i canali dell’export. Aggiungiamoci anche, come riportato nei giorni scorsi da Cla.it, la prevista ridotta produzione di latte australiana e la ripresa delle importazioni cinesi. Non per niente, dopo una serie continua di cadute, nell’ultima asta il Global Dairy Trade Index  è tornato a salire.

 

Quanto poi al problema siccità è tutta da valutare la situazione anche in Europa: dovesse ripresentarsi una situazione di caldo e siccità prolungata su tutto il continente, sarebbero messe a dura prova tanti sistemi zootecnici basati sul pascolo e la produzione del latte ne risentirebbe, riducendone la disponibilità complessiva.

 

Disponibilità complessiva che non potrà poi che risentire dalla tenaglia di prezzi in calo e inviti alla riduzione della produzione col procedere dei trimestri, passando in una fase di produzioni naturalmente in calo.

 

Se vogliamo continuare a cercare il bicchiere mezzo pieno, possiamo anche guardare al mercato del latte spot nazionale. Dopo i forti ribassi registrati nelle prime settimane dell’emergenza sanitaria Covid-19, per la chiusura del canale  ristorazione, bar e mense, sono emersi segnali di maggiore stabilità in avvio di aprile, con i prezzi attestati a ridosso della soglia dei 0,30 €/kg franco partenza stalla. Dall’inizio dello scoppio dell’epidemia i valori hanno perso comunque il 20%, intendiamoci: guardare al mezzo bicchiere pieno non è che automaticamente esclude la metà vuota.

 

E i consumi? Quale sarà il punto di caduta delle tante forze in azione? Sicuramente ci sarà una drastica riduzione degli acquisti per la compressione dei redditi generata dalla crisi economica globale.

 

Tuttavia la spesa alimentare dimostra la sua anticiclicità ancora una volta. Si spenderà meno, ma si taglierà sugli alimenti in misura ridotta rispetto al resto. Settimane di chiusura in casa per molti hanno significato anche la riscoperta di un modo più tradizionale di alimentarsi, con latte e formaggi in pole position. Per molti c’è stata la riscoperta del cucinare: c’è gente che ha cucinato di più in una settimana ora di quanto avesse fatto in un anno in precedenza.

 

Quanto questo influenzerà i consumi futuri (per volumi, ma anche per tipi di referenze scelte) non è chiaro, ma che avverrà è certo.

 

bella vacchce francesi pascolo.j