Ancora sul se, come, dove e quando del mais

 

Recentemente ho incontrato un allevatore dell’area bresciana, area dove il mais è sempre stato un dogma, un principio indiscutibile per chi alleva vacche da latte, che ha da qualche stagione cambiato un po’ il tiro, con un adattamento personale che, se da un lato non abbandona il mais, dall’altro presta molta più attenzione alla qualità della fibra e del tenore zuccherino di ciò che mette in trincea prima e in mangiatoia poi.

 

Per farla breve: dopo loietto mette mais, e fin qui niente di strano. Senonché, come coltura di secondo raccolto usa un mais di classe classe lunga, da primo raccolto.

 

Certo, dice che così sacrifica un po’ l’amido (per il quale è delegato il pastone di mais), ma però ha una pianta più verde, più zuccherina e fibra migliore.

 

Buona idea?

 

Come mi hanno confermato un paio di validi agronomi che si occupano di foraggicoltura quotidianamente, la cosa in sé non è da buttare e ha i suoi lati positivi.

 

C’è chi già anticipa la trinciatura del mais a 10-15 giorni dopo la fioritura, per avere un foraggio zuccherino, e poi semina subito del sorgo zuccherino.

 

Gira e rigira è sempre al sorgo che si arriva.

 

Il sorgo zuccherino è più resistente alle carenze idriche rispetto al mais e fornisce più garanzie sulla qualità della fibra, grazie alla frequenza di varietà BMR, superiore a quella del mais.

 

Insomma, come sempre non c’è una regola valida per tutti. Nei piani foraggeri può essere centrale il mais ma può essere anche tolto, con valide alternative. Oppure può essere giocato con tempistiche variabili avendo nel mirino come primo obiettivo la digeribilità della fibra.

 

 

unnamed.jpg