Serbatoi di carbonio: la marcia in più dei prati stabili

Zootecnia moderna e prati stabili: la convivenza può continuare, magari espandersi? Sicuramente sì, perché è vero che ci sono punti critici da affrontare e risolvere, ma i vantaggi sono comunque importanti e evidenti.

E riguardano la produzione foraggera di qualità, sempre utile, ma praticamente indispensabile per filiere che fanno del fieno locale e della sua varietà di essenze legata al territorio un elemento costitutivo (in primis il Parmigiano Reggiano, ma sempre di più anche per il Grana Padano e altre produzioni meno importanti che puntano a differenziarsi).

Ma non è solo una questione di foraggi.

C’è anche l’aspetto ambientale che riserva un ruolo di tutto rispetto per i prati stabili: quello di serbatoi di carbonio. Cosa significa? Semplice: in un globo dove i gas ad effetto serra aumentano e spingono sul riscaldamento globale i prati stabili (e in misura minore, ma certo significativa, anche tutte quelle coltivazioni che non prevedono l’aratura per vari anni, come medicai) hanno una virtù interessante, oggi più che mai: trattengono carbonio, riducendo la quantità di CO2 che si libera nell’atmosfera.

Come questo avvenga è semplice: la fotosintesi clorofilliana fissa carbonio nelle strutture vegetali. Una parte di esse (quelle ipogee, ma c’è anche una componente di quelle epigee più la materia organica portata dalle letamazioni e dalle liquamazioni) resta nel suolo, andandolo ad arricchire di sostanza organica, anno dopo anno.

Restiamo sull’aspetto ambientale del prato stabile e della sua valenza – tutta da valorizzare e far conoscere – come serbatoio di carbonio. È stato calcolato che un aumento annuale dei 4 per mille annuo nel contenuto di sostanza organica nel suolo compenserebbe, annullandone gli effetti, tutte le emissioni di gas a effetto serra annualmente prodotte .

Questo ha una ricaduta anche a livello aziendale, essendo l’impronta carbonica (ossia la quantità di CO2 emessa per unità realizzata, ad esempio per un kg di latte) un marchio di accettabilità sempre più considerato (e richiesto) per ogni produzione, in grado di aprire o chiudere possibilità di mercati e di prezzi.

Chi produce latte o formaggi (vale per la singola stalla come per filiere integrate) non ha alternativa a impostare tutta la sua attività per avere l’impronta di carbonio più bassa possibile, quindi ridurre al minimo la quantità di gas ad azione climalterante prodotta. Su questo si può lavorare, secondo alcune direttrici.

Considerando la sola attività di campagna (escludendo quindi tutte le tematiche legate alle scelte genetiche delle bovine e alle modalità di razionamento, di cui ampiamente se ne è parlato e si parlerà), ecco alcuni punti: produrre di più e di ottima qualità, per aumentare l’autosufficienza aziendale (per ridurre gli acquisti extra-aziendali, spesso “macchiati” da alte impronte di carbonio dovute alla lontananza dei punti di origine e dalla necessità di lunghi trasporti); gestire al meglio gli effluenti per evitare dispersioni di gas climalteranti, in particolare metano e protossido di azoto (il primo ha una capacità di trattenere calore quasi 30 volte maggiore rispetto alla CO2; il secondo 300 volte).

A sintesi di tutto ciò è interessante notare come la forbice di riduzione dell’impronta carbonica del latte legata alle attività agricole va dal 2 al 30%. In particolare si potrebbero compensare tutte le emissioni aziendali annuali di protossido di azoto.

La questione ambientale è sicuramente un punto forte del prato stabile, ma sul tavolo c’è un altro problema di non poco conto: la grande necessità d’acqua che richiede. Un prato permanente ha bisogno di frequenti irrigazioni per avere una produzione soddisfacente e un equilibrio tra le diverse essenze, nonché per mantenere una buona copertura del terreno.

Questo è sicuramente un limite, difficilmente superabile, per aree dove l’irrigazione non è possibile. Dove questa può essere fatta potrebbero sorgere però obiezioni legate alla gestione di una risorsa, quella idrica, che sta diventando preziosa e contesa tra settori produttivi e necessità civili.

Ebbene, il prato stabile ha buone carte da giocarsi anche su questo versante. Perché è vero che richiede grandi quantitativi di acqua per l’irrigazione, ma molta di quest’acqua scende purificata negli strati più profondi del suolo (tra l’altro nei prati stabili non si utilizzano fitofarmaci e si concima solo con fertilizzanti organici) equilibrando la falda.

 

 Ci sono vari punti di forza ambientali nel prato stabile, ma in primo piano resta la sua grande importanza come produttore di ottimi foraggi, grazie alla varietà di essenze foraggere in esso presenti, una ricchezza che si trasferisce inevitabilmente al latte e alle produzioni casearie che ne derivano.

Laddove c’è un abbinamento all’essicazione artificiale si arriva ad ottenere una combinazione di quantità e qualità importanti, affrancandosi dalle incertezze della fienagione e attuando tagli nei momenti migliori. Senza trascurare – per produzioni ove siano ammessi gli insilati – le possibilità legate all’abbinamento tra carro foraggero, pre-appassimento in campo per 24 ore e quindi insilamento.

Insomma, anche dal punto di vista della produzione foraggera i prati stabili possono dire la loro, non solo per le virtù ambientali. Che pure, come abbiamo visto, non sono poche.

Al punto che ai prati stabili dovrebbe essere riconosciuto un ruolo di utilità sociale, oltre alla sua importanza dal punto di vista storico e paesaggistico per molte aree.

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