Produrre meno oggi per chiedere di produrre tutto domani?

Intendiamoci, è una provocazione, uno spunto, un esercizio letterario. Però quando il problema è grosso e lo scenario nuovo, ogni contributo è utile per comporre il puzzle e vedere la figura che vi si cela.

 

Gli effetti della tempesta Covid 19 sono sotto gli occhi di tutti. Tra i problemi del settore latte c’è sicuramente il crollo dell’export delle Dop che per la tenuta della nostra filiera è cosa fondamentale. Del resto il mondo è andato in modalità lockdown, l’Horeca ha chiuso i battenti,  i mercati extra-europei sono in subbuglio, inevitabile che si arrivasse a questo.

 

Meno export, più formaggi che restano in magazzino. E latte in eccesso, inevitabile, al di là delle misure congiunturali per sostenere nel breve periodo il settore.

 

Quindi la questione si riproporrà: produrre di meno. Magari arriveranno dei finanziamenti mirati a questo, magari no. Certo è che, in questo momento, una produzione elevata di latte appesantisce ogni questione.

 

Questo è un problema. Può essere un’opportunità?

 

Tanto più se si incrocia la questione con le importazioni di latte dall’estero, che tutt’ora coinvolgono una bella percentuale di materia prima?

 

Secondo me, sì. E intendo questo: il mondo della produzione potrebbe mettere sul piatto una proposta shock: impegnarsi a ridurre la produzione in cambio di un analogo aumento della quota nazionale da parte dell’industria, a scapito dell’importazione. Risalendo così la scala del deficit e avvicinandoci all’autosufficienza.  Magari non piena, ma più vicina al compimento.

 

Già, ma non basta. Bisogna dare valore – più valore – al latte italiano. Renderlo come l’altra metà del latte italiano, quello delle Dop, che è cosa diversa da ogni altro latte del mondo perché inserita in un circuito di valore superiore.

 

E qui torniamo alla riduzione della produzione. Questa potrebbe avvenire come conseguenza di un grande progetto di miglioramento del latte italiano che coinvolga e impegni tutti, che sia fatto di benessere animale, sostenibilità ambientale, gestione corretta degli effluenti, riduzione del consumo di farmaci. Una sorta di grande protocollo, chiamiamolo disciplinare, che abbracci tutto il latte italiano, lo caratterizzi, lo renda differente. E sia adeguatamente raccontato, magari aiutati proprio dall’industria che ha competenze e capacità nel marketing e nella promozione che la produzione non ha.

 

Il passo indietro di oggi potrebbe diventare la rincorsa per un passo doppio in avanti domani?

 

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