Perché (addirittura) ci potrebbe essere spazio per l’ottimismo

Premessa numero 1: è sempre più difficile sopportare lo slogan “andrà tutto bene”. Era consolatorio all’inizio; ma ora, dopo tutte quelle bare questo slogan sta cominciando a dimostrarsi puerile: no, non è andato tutto bene, anzi è stato un disastro umano, sociale ed economico.

 

Premessa numero 2: fare previsioni ora è come lanciare una foglia in aria e indovinare esattamente il punto in cui cadrà. Troppe variabili in gioco, fattori incontrollabili che si influenzano tra loro e possono definire esiti differenti.

 

Tuttavia, per quanto azzardato possa sembrare, si possono leggere anche segni di ottimismo per un futuro non tropo lontano. E questo semplicemente osservando qualche elemento dello scenario.

 

Innanzitutto la Cina: se esce – come sembra – da questo problema prima degli altri, prima degli altri ricomincerà a risucchiare come una idrovora latte e derivati dai mercati. I numeri sembrano confermarlo. Con un dato in più: anche in quella parte del mondo si fa strada il concetto che latte & formaggi non sono soltanto un alimento “occidentale” e quindi appetibile come status per nuove fasce di ricchi, ma un alimento utile per stare meglio. Probabilmente meglio di un brodino di pipistrello. Dopo quello che hanno passato (qualunque siano le cifre reali, sicuramente ben oltre i dati ufficiali) un attenzione maggiore a ciò che si mangia e beve, ci sarà. Quando si muove la Cina e la sua sterminata popolazione i mercati ne risentono. E una Cina che vuole latte, molto di più di quanto possa produrne, è una buona notizia.

 

Ci sono poi le materie prime. Vero che c’è stata una impennata di prezzi, ma i fondamentali, dicono gli esperti, non lo giustificano. Mais e soia ci sono, gli stock sono abbondanti: il problema è la logistica che si è inceppata, via nave e via gomma, e su questo si è innestato – inevitabilmente – il gioco della speculazione. Che però, come punta al rialzo, può puntare al ribasso nel momento in cui le cose mostrano di cambiare inerzia. Chi ha merce da vendere può fare un po’ di tattica a breve, ma poi la soia e il mais non può mangiarseli, deve venderli. E anche questo potrebbe essere una buona notizia.

 

E l’Italia? Anche qui si possono leggere segnali incoraggianti, al di là dei problemi anche gravi di questi giorni.

 

I consumi, innanzitutto, si sono spostati decisamente verso beni primari, come gli alimenti. In tempi duri come questi – e anche i prossimi mesi non fanno pensare a gente con le tasche gonfie di soldi – nessuno pensa all’iPhone nuovo, piuttosto pensa a pane e latte. Anche per noi c’è stato un grosso problema di logistica, di collegamenti, di rallentamento operativo degli impianti di trasformazione. Ovviamente anche di giochi e giochetti, inevitabilmente. Ma la chiusura del canale horeca ha realmente sconvolto in un attimo il mercato dei freschi.

 

Gli stessi consumatori tendono a privilegiare prodotti a lunga conservazione nelle loro spese contingentate, e anche questo ha creato grandi sofferenze al settore.

 

Tuttavia il settore lattiero caseario nazionale non è un monoblocco (come altre zootecnie da latte nord europee), ma un arcipelago di tante produzioni differenti, e questo è una forza, perché permette in qualche misura di bilanciare e assorbire meglio i contraccolpi di una crisi improvvisa e devastante.

 

Tanto più che – e questo è un altro fattore di ottimismo – la consapevolezza dei consumatori che comprare italiano aiuta l’Italia, è cresciuta. Opportunamente sostenuta e motivata con azioni coordinate e durature (non semplicemente con iniziative spot fatte sull’emozione del momento), che spieghino cosa possono trovare nel latte italiano e nei prodotti italiani, oltre la bandiera, può essere una bella leva di crescita.

 

Anche perché questa emergenza ha insegnato che certe prediche di tanti saputelli televisivi, che spiegano come e perché l’allevamento dovrebbe essere azzerato, vanno bene, forse, per gente benestante e annoiata, non per chi ha il carrello da riempire e lo scaffale vuoto.

 

Vero, parlano ancora, scrivono ancora, ma sono relegati a un rumore di fondo, fastidioso ai più. Anche di questo bisogna approfittare per spiegare le ragioni di chi produce, che sono tante e sono vere.

 

Mai come ora c’è un pubblico disposto ad ascoltare.

 

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