L’allevamento intensivo non è una parolaccia. Per ora

 

Si possono ridurre le emissioni di gas serra provenienti dall’allevamento, si può ridurre l’inquinamento, si può ottimizzare il consumo delle risorse della terra, si possono produrre alimenti sani e si possono tenere animali in condizioni di benessere. E la via per farlo – e non è una eresia – è l’aumento dell’efficienza.

 

Infatti, solo allevamenti caratterizzati da tecnologie e pratiche gestionali volte a massimizzarne l’efficienza (l’efficienza è ottenere la massima quantità di unità di prodotto a parità di fattore – o fattori – produttivi utilizzati) hanno ad esempio i più  bassi livelli di emissioni per unità di prodotto.

 

A meno che si ritenga che meritino l’accesso a un’alimentazione che preveda anche latte e carne solo quei pochi eletti che possono permettersi costi molto, molto superiori agli attuali, perché non ci sono alternative: o la massima efficienza con i sistemi moderni di allevamento, o drastica riduzione delle produzioni, adottando i vagheggiati sistemi di una volta.

 

Certo, a dir la verità, sono questioni che ci si pone solo nel sazio e ottuso occidente, perché dove ci si affaccia a un minimo di benessere economico un miglioramento dell’alimentazione con più latte e più carne è la cosa più naturale che ci sia.

 

Per tornare a noi: zootecnia intensiva non è una parolaccia. Anche se c’è chi lo sostiene con sempre più spazio sui media.

 

Zootecnia intensiva significa ottimizzare le razioni, garantire la massima sanità agli animali, dare loro ambienti adeguati, gestione corretta delle deiezioni, capacità di recupero del maggior numero di fattori di crescita dai prodotti di scarto. E massimo benessere per gli animali.

 

Tutto il contrario del cieco sfruttamento delle risorse, all’avvelenamento di terra, acqua e cielo, alla produzione di quantità a scapito della qualità.

 

Il massimo dell’inquinamento, il minimo della sostenibilità, è proprio di quella di una sorta di ritorno alla bucolica serenità di una volta, quando i mulini erano bianchi, la gente serena e i bovini pascolavano felici brucando qua e là.

 

Doppia menzogna: quell’epoca era un’epoca di fame per buona parte della popolazione, innanzitutto; e riguardo alle emissioni gassose e alla sostenibilità in genere quel sistema di allevamento a bassa efficienza è sicuramente un modello altamente inquinante. Una sorta di motore Euro 1 rispetto agli attuali Euro 6.

 

Dunque, se si vuole che il mondo abbia le proteine che la sua popolazione chiede  non c’è altra via che l’allevamento ad alta efficienza.

 

Questo vale in particolar modo per i Paesi in via di sviluppo (dove la domanda di proteine animali è in crescita), nei quali l’arretratezza della conduzione zootecnica non solo frena la produzione di alimenti per le popolazioni interessate, ma è anche un rischio ambientale qualora i numeri degli allevamenti crescessero, ma non accompagnati dall’affinamento della tecnica.

 

Insomma: la via dell’intensivizzazione (fatta con criterio) è la quadratura del cerchio: più produzione, meno inquinamento. E, addirittura, maggiore sanità degli animali e maggiore benessere. La tecnologia sempre più mirata in stalla  permette di fare passi da gigante anche in questo.

 

Ammesso, chiaramente,  che si voglia ancora produrre e sostenere chi lo fa. Ammesso che si consideri ancora importante produrre alimenti e farlo  a prezzi accessibili per tutti.

 

L’alternativa è riempirsi la pancia con le chiacchiere da talk show, cosa che esalta snob benestanti che vagheggiano un mondo felice edificato sui germi di soia.
Per carità, liberissimi di farlo. Il problema è che vorrebbero imporlo a tutti quanti.

 

 

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