Latte italiano? Difendiamolo, ma anche definiamolo

Va bene difendere il latte italiano, ma non sarebbe importante cominciare a lavorare per definirlo? Cioè, il latte italiano lo è perché è prodotto in Italia, ma ci vorrebbe anche altro. 

Bisogna dare un contenuto oggettivo e il più possibile verificabile al concetto di latte italiano. In altre parole: bisogna non solo difenderlo, ma anche definirlo.

Cosa accomuna adesso il latte italiano? Semplicemente il fatto di essere prodotto in Italia. Poi ci sono tanti punti di forza, ma che sono sparsi qua e là, senza un’omogeneità, legati alla storia della singola azienda, alle sue scelte genetiche, agronomiche, alla gestione complessiva.

Ma niente che possa essere preso a denominatore comune del latte italiano nel suo complesso.

Se manca, bisogna trovarlo.

E non sottovaluterei l’efficacia dei social per costruire reti e connessioni in grado di trasformare, per certi versi, le tante aziende da latte in una rete che definisca una grande, unica, azienda.

Ad esempio definendo programmi di selezione omogenei e finalizzati a destinazioni precise. O definendo standard sanitari comuni, che fissino protocolli di lavoro, di gestione degli animali, di misure di biosicurezza. Ancora, si potrebbe concordare un sistema comune di controllo e gestione del problema micotossine e così via. Tutta roba, ancorché piccola per iniziare, che però possa essere raccontata e spiegata per dare sostanza, oltre alla bandiera, al latte italiano. 

 Arrivando magari alla messa a punto di un protocollo finale che indichi i punti salienti che contraddistinguono “Stalla Italia“, magari con un suo marchio e una sua attività dove si fa opinione pubblica, per raccontare e spiegare cosa distingue il latte italiano dagli altri.

Questo decalogo  (parametri di qualità del latte, quantità di farmaci, numero di lattazioni in stalla, livello di benessere, gestione ambientale, eccetera, eccetera) potrebbe configurare l’anticipo di un grande disciplinare che definisce il latte italiano.

Naturalmente ci dovrebbe essere integrazione tra le aziende, con messa in comune di dati importanti: sulle produzioni foraggere, sugli acquisti, sulle scelte genetiche, sui formatori, sui consulenti, sugli obiettivi raggiunti, sulle prove fatte, sui risultati…

La novità è che in un mondo social, dove chi compra e chi vende è sempre più legato alla realtà che legge su Facebook, LinkedIn, Instagram, Twitter e via dicendo, si può partire senza aspettare, fare molto con poco e in pochi, almeno inizialmente.

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