Latte e bollicine: la bioCO2 da vendere (anziché disperderla in atmosfera)

Sicuramente non è cosa per l’oggi (ma per qualcuno lo è già), ma lo potrebbe diventare domani, anche sulla spinta della riduzione dell’impronta carbonica del latte prodotto. Anche perché stanno prendendo  corpo dinamiche extra-agricole che potrebbero avere un effetto diretto sulla cosa. 

Di che si parla? Di CO2, ma non nel senso di problema, bensì di opportunità.

Per dirla spicciola: vendere (anche) bioCO2 per uso alimentare, anziché dissiparla in atmosfera. Con un doppio vantaggio: da un lato incassare dei soldi, dall’altro sottrarre CO2 al conto della produzione aziendale e, quindi, migliorare la sua posizione green, cosa che sarà sicuramente la necessità prossima ventura.

Guardate cosa è successo con il benessere animale: sono convinto sarà la stessa cosa, con un percorso che si concluderà con soglie minime entro cui posizionarsi. Ma questo – l’obbligo – è uno scenario lontano e futuribile. La possibilità, invece, di aggiungere un plus alla propria produzione, riducendo la sua impronta di carbonio è assai presente. 

Ma torniamo alle bollicine. 

È chiaro che una singola azienda non può dalla sera alla mattina pensare di vendere bioCO2. Semmai questa è una opportunità per cooperative, filiere, dove già sono operativi impianti di biogas e, magari, è in progetto il passo ulteriore verso il biometano. Un’esperienza del genere è partita nel torinese, quindi non siamo a Futurama.

Torniamo a noi. 

Produrre bioCO2 per uso alimentare è tecnologicamente possibile. Magari non si guadagna, per ora, e si va in pareggio, ma intanto si alleggeriscono le emissioni senza costi aggiuntivi. 

Ma se si guarda al prossimo futuro lo scenario diventa sicuramente interessante. 

Passiamo dal latte alle bibite gassate, acqua e tutto il resto. È un settore che fa un grande uso di CO2, perché le bollicine devono pur arrivare da qualche parte. In genere da combustibili fossili. Ecco allora che è assai probabile, anche per una questione di immagine, che il poter dire sull’etichetta che la CO2 della bibita (o dell’acqua) è totalmente di origine e “bio” e non aumenta le emissioni sarà una cosa vista con favore. E, magari, anche una scelta obbligata, per ridurre l’impatto ambientale di una filiera nella quale, tra plastica e trasporti, il bisogno di darsi una passata di ambientalismo è ben presente.

Insomma, un mercato, quello della bioCO2, che dovrebbe aprirsi ed espandersi. Ovviamente per chi ha visto in anticipo. Perché vince chi vede già oggi quello che sarà domani.

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