Indovinello: quali sono nel mondo le zootecnie che emettono più gas climalteranti?

Fate questa domanda a chiunque non sia del giro e state sicuri che vi risponderà con sicurezza: “Europa e Stati Uniti!”. E’ il paradosso di chi contesta l’allevamento razionale, tipico di Europa e Usa, per la questione delle emissioni. E testimonia come il mondo zootecnico sia tragicamente arretrato a livello di comunicazione efficace.

 

Torniamo a noi. Prima, però, lo stuzzichino: le emissioni di GHG per unità prodotta dall’allevamento sono diminuite globalmente e sono ora circa il 60% in meno rispetto a quelle degli anni ’60 del secolo scorso (per i secchioni si può cliccare qui e trovare una miniera di dati recenti).

 

E già su questo dato si potrebbe riflettere, perché  testimonia un progresso nell’efficienza dell’allevamento, anche in termini di emissioni, straordinario. Del resto basta pensare a qualche decennio fa, nelle nostre stalle.

 

Ma andiamo oltre.

 

Chi contribuisce maggiormente alle emissioni di gas climalteranti, provenienti da ruminanti?

 

Sono i Paesi meno avanzati nel mondo, quelli che una volta si chiamavano in via di sviluppo.

 

Essi contribuiscono per il 70% circa di tutte le emissioni di GHG mondiali da ruminanti allevati.

 

Cosa significa questo?

 

Che forse c’è un equivoco di fondo, oppure della malafede, quando si punta ad abbattere l’allevamento bovino moderno, efficiente, razionale, per ridurre le emissioni.

 

Perché, se i numeri non sono chiacchiere, si rischia di compromettere la produzione di cibo dove questa è più efficiente, anche sostenibile, senza avere in cambio un granché in termini di guadagno sul fronte delle emissioni, perché quel 70% di zoccolo duro resterebbe intatto. O forse aumenterebbe, perché il minore cibo prodotto da una parte verrebbe prodotto dall’altra.

 

È lì che bisogna agire prioritariamente, portando tecnologia e know-how per rendere ovunque nel mondo l’allevamento sempre più efficiente.

 

Sostenibilità ed efficienza non sono nemici, sono compagni di viaggio.

 

Non ridurre gli input, quindi, bensì aumentarli, ovviamente da padri saggi, non da predatori, perché anche in sistemi di allevamento poverissimi, possono bastare pochi aggiustamenti per avere più prestazioni, più efficienza, meno emissioni. E meno fame, meno sradicamenti sociali, meno desertificazioni.

 

La ricetta dei puri de noantri invece, con salti logici dettati anche da pance piene, non è quella di avvicinare quelle zootecnie ai nostri standard, ma piuttosto fare assomigliare le nostre alle loro.

 

Esagerazioni? Certo che esagero. Però i passi dell’Europa che disegna la nuova agricoltura sono in questa direzione, a leggerli bene.

 

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