Il latte in Italia sta diventando una bevanda vecchia per vecchi?

 

Si consuma sempre meno latte e i numeri parlano chiaro: negli ultimi cinque anni, i consumi da parte delle famiglie italiane sono diminuiti del 7%. Non solo. È in atto un vero e proprio divorzio tra consumatori più giovani e latte, mentre sono i consumatori più su con gli anni quelli che continuano a consumare latte, anche se in minore quantità. Questo mentre il consumo di bevande a base vegetale ha un vero e proprio boom. Il lattosio, infine, è sempre più visto con sospetto: l’unico latte che cresce nelle vendite è, infatti, quello  senza lattosio.

 

Lo sottolinea l’indagine dell’Ismea dal titolo “Acquisti domestici di latte: dinamiche e determinanti di scelta delle famiglie italiane nell’ultimo quinquennio (2012-2016)”, dalla quale emergono aspetti ancora più inquietanti per la filiera del latte.

 

La ricerca è stata realizzata con l’obiettivo di analizzare le principali variabili socio-economiche che incidono sulle dinamiche degli acquisti di latte: reddito, età del consumatore, numerosità e composizione della famiglia.

 

Vediamo qualche dato.

 

Il calo dei consumi di latte ha riguardato in misura preponderante il latte fresco (-15% in quantità tra il 2016 e il 2012), mentre il latte a lunga conservazione ha registrato una migliore tenuta (-3,2% in quantità).

 

L’unico segmento in crescita in un contesto di generalizzata flessione – sottolinea l’Ismea – è rappresentato dal latte ad alta digeribilità, nell’ambito di una tendenza che si sta affermando nei consumatori verso prodotti alimentari “senza”: senza lattosio, senza glutine, senza grassi, senza zuccheri aggiunti e così via.

 

Nell’ultimo quinquiennio gli acquisti di latte dellattosato sono cresciuti infatti del 47%.

 

Cresce impetuosamente il consumo di bevande vegetali: gli acquisti di quelle a base di soia sono aumentati del 108%, in parte grazie al raddoppio del numero di famiglie acquirenti, in parte grazie al significativo ampliamento della gamma e delle referenze offerte a scaffale, spiega l’Ismea.

 

Il trend dei consumi non ha molto a che fare con la disponibiliotà economica delle famiglie, ma piuttosto con l’affermarsi di nuovi stili di vita e modelli di consumo, e con un diverso atteggiamento verso il latte dei consumatori più giovani, sempre più distanti dal latte.

 

Esaminando le principali variabili socio economiche che incidono sulle dinamiche degli acquisti di latte – reddito, età del consumatore, numerosità e composizione della famiglia – emerge infatti dall’Indagine Ismea che la flessione maggiore degli acquisti si registra nelle famiglie con un reddito più alto (-15,8%), a riprova del fatto che non è una questione di portafoglio a ridurre il latte nel carrello della spesa.

 

Quanto al dato generazionale e a come questo influisce sugli acquisti di latte il quadro è ancora più netto: mentre gli acquisti di latte sono più sostenuti tra gli anziani (over 64) che rimangono legati a modelli più tradizionali (addirittura i single sopra i 55 anni fanno registrare un aumento dei consumi di latte del 9%), ma a consumare meno latte sono soprattutto i giovani (responsabile di acquisto con meno di 35 anni).

 

Questo è un dato preoccupante, ora e in prospettiva: lo scarso interesse degli acquirenti più giovani dimostra come la questione latte e il calo del suo consumo è soprattutto un fatto culturale per l’affermarsi di abitudini alimentari diverse rispetto a quelle tradizionali all’interno delle quali il latte, specialmente quello fresco, fa sempre più fatica a trovare posto.

 

È indicativo vedere come il calo negli acquisti di latte per famiglie con bambini di età inferiore ai 6 anni è diminuita nel quinquiennio del 20% e del 16,5% per famiglie con bambini di età compresa tra i 7 e gli 11 anni.

 

Questa è una situazione destinata ad espandersi in futuro, con l’assottigliarsi delle fasce di consumatori più vecchi che rappresentano ancora lo zoccolo duro del consumo di latte.

 

 

 

 

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