Gestire una crisi di comunicazione, settimo gradino: la sfida dell’intervista a un giornale

Siamo a sette, dobbiamo arrivare a nove. Alla fine non c’è alcun pupazzetto di peluche per chi ha resistito, ma – credo – qualche spunto (spunti che arrivano da Chuck Sanger, esperto di comunicazione di crisi) da tenere di scorta qualora ci si trovi a dover fronteggiare una crisi di comunicazione.

 

Che, ricordiamo, non basta non desiderarla perché non accada: trovarsi dentro nel vortice mediatico (dalla parte “sbagliata”, per giunta) per il semplice fatto di avere un allevamento non è (più) una cosa inverosimile.

 

Ebbene, per farla breve: in questo gradino il tema è l’intervista a un giornale. Cosa che può portare grandi rischi, dice il nostro guru.

 

Perché?

 

Perché è normalmente più lunga e comporta maggiori possibilità per la controporte di utilizzare qualcosa che dite per ribaltarlo contro voi.

 

Ricordiamo che la controparte non è un cherubino, ma qualcuno il più delle volte vuole dimostrare una tesi avversa a voi: più dite, specie se lo fate d’istinto, e più è facile che qua e là diciate qualcosa di avventato, che – comunicativamente – vi rimbalzerà addosso con dolore.

 

Quindi?

 

Le interviste per un giornale – ecco il consiglio – non dovrebbero essere fatte al momento, sul posto, bensì telefonicamente, dopo esservi preparati ben bene e con un bel pacchetto di appunti e di note sott’occhio, che vi aiutino a stare sulla linea che volete tenere, senza deragliare, senza improvvisare, senza dare assist involontari a chi già in partenza è più smaliziato ed esperto di voi.

Prossimo punto? Social media durante un crisi: o ti ci butti con entrambi i piedi o è meglio non buttarti affatto.

 

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