Una questione di etichetta

La questione dell’etichetta che rappresenti il sistema di allevamento fa passi avanti. Certo siamo a livello di proposte, ma sono proposte ben congegnate, che possono godere di ampi e importanti sostegni a livello di media e di opinion maker generalisti.

Se volete farvi un’idea ben aggiornata guardatevi in streaming la conferenza stampa di ieri di Lega Ambiente che con CIWF Italia illustrava la proposta dell’etichettatura volontaria che indichi il sistema di allevamento, con un punteggio legato alle differenti tipologie.

Certo, è tutto discutibile, così come è chiara l’impostazione anti-allevamento di molti tra coloro che, in nome di un maggiore benessere animale, puntano a una loro semplice rimozione.

Altrettanto discutibile è un’idea di benessere frutto più di un modello ideologico fatto di pochi animali supposti liberi e felici, che di fattuali risultanze scientifiche sulle molte declinazioni di benessere animale, per le quali anche l’allevamento razionale, o intensivo per dire la parola incriminata, è assolutamente la soluzione migliore in tantissime situazioni.

Il punto è un altro. All’interno della galassia animalista ci sono realtà più vicine, con un’idea ben definita, certo, e con il pascolo libero come modello ideale, intransigenti, ma tuttavia con l’idea base che l’obiettivo sia la transizione verso nuovi modelli di allevamento, non l’eliminazione dell’allevamento tout-court.  

Con queste realtà si può dialogare, confrontarsi, senza chiusure preconcette, per capire e capirsi.

Un buon punto di partenza potrebbe essere l’asciutta libera, in un’area prato-paddock funzionale. Sarebbero già due mesi di movimento libero per le bovine, da inserire in un ipotetico modello italiano – tutto da “contrattare”, si intende – che possa avere anche una “benedizione” dall’altra parte della barricata come primo passo di una road map per una transizione non penalizzante verso un nuovo modello di allevamento .

Perché è chiaro che lo scontro non giova a nessuno, ma soprattutto non giova al mondo della produzione, così importante quanto a numeri, ma così irrilevante quanto capacità di incidere nell’agone mediatico. 

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