Contro le discriminazioni tra maschi e femmine

Come si può contestare l’esistenza di una grande, grandissima discriminazione tra maschi e femmine? C’è, eccome se c’è.

Il maschio bistrattato, messo ai margini, isolato, trattato malissimo rispetto alle femmine coccolate, vezzeggiate, ben nutrite e ben alloggiate. 

È questa situazione è comune in tante stalle dal latte: mentre le vitelle, la futura rimonta, spesso di alta genealogia, sono trattate con ogni riguardo, i maschi, quelli destinati a essere raccolti per l’ingrasso a carne bianca, ma non di rado anche gli incroci, conoscono una sorte più grama: per alloggiamenti, per alimento, per attenzioni ricevute.

Ebbene sì, una vera e propria discriminazione. 

Discriminazione che non c’è in una bellissima stalla trentina, che mi ha fornito tanti spunti che troverete riportati in queste pagine.

Qui, dice uno dei proprietari, non si fanno distinzioni tra maschi e femmine quando si tratta di vitelli: sia le femmine da rimonta, i maschi frisoni e gli incroci sono trattati allo stesso modo, con la massima cura. 

La ragione è semplice, ed è il cuore della questione: avere una nicchia di animali bistrattati, alimentati meno bene, alloggiati in maniera più precaria, oggetto di scarse attenzioni perché “materiale” di poco valore, determina la creazione di una bomba sanitaria pronta ad esplodere. Una nicchia di soggetti pronti a fare da spugna per ogni patogeno passi di lì, in grado di accoglierlo, svilupparlo e trasmetterlo ad altri soggetti. 

Per questo i vitelli – spiegano qui – vanno tutti trattati allo stesso modo e tutti al meglio: per evitare che diventino un veicolo di infezioni pronto a colpire. 

La sanità in stalla si costruisce fin dai primi giorni, e su questo siamo tutti d’accordo. Ma se ci sono vitelli di serie A e altri di serie B il patogeno – che, come è noto, non discrimina – ringrazia. 

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