“Intensivo”, l’aggettivo da bandire quando si parla di allevamento

Ci sono termini che hanno segnato epoche e periodi storici. Ci sono termini tuttavia che, al cambiare della stagione culturale sono diventati prima poco accettabili, poi banditi come offensivi. 

Evitiamo ogni considerazione sui livelli paradossali a cui il politicamente corretto ha portato queste dinamiche, concentrandoci su un termine: intensivo. 

Alzi la mano chi è convinto che questo sia un aggettivo considerato positivamente a livello zootecnico. 

Sicuramente nel mondo zootecnico sono ancora in molti che lo pensano, visto che è tutt’ora usato e citato da tanti addetti ai lavori. 

Eppure credo sia arrivato il momento di mettere questo termine definitivamente in pensione, per sostituirlo con “razionale”.

Perché chi contesta la stessa legittimità dell’allevamento ha gioco facile, quando si parla di allevamento intensivo, a dipingere quadri di sfruttamento a dismisura. 

Certo che non è così, ma se dici intensivo il 99% di chi ascolta (consumatori, non frequentatori di convegni zootecnici) pensa a una cosa industriale, dove contano i numeri massimi, dove non c’è spazio, non c’è aria, non c’è benessere. 

E perché dovrebbe prendersi la briga di informarsi che intensivo non vuol dire questo, in campo zootecnico, se è già convinto del contrario? 

Insomma: usare il termine intensivo quando si vogliono spiegare le ragioni dell’allevamento a chi le ignora (o addirittura le contesta) è come minacciare con una pistola puntata a sé stessi.