L’asciutta non è la fine della lattazione, ma l’inizio di quella nuova

Non so se siete d’accordo con questa affermazione di un allevatore amico. Io, per quel che può valere, sì.

Attenzione, non è un a semplice questione di parole, aria fritta, perché da come si pensa una cosa spesso ne conseguono atteggiamenti e comportamenti diversi.

L’asciutta è una fase spesso considerata come il momento conclusivo della lattazione e, conseguentemente, trattata con una certa rilassatezza nei protocolli e nelle strutture, concentrando invece attenzione e mezzi per la fase di produzione. 

Sbagliando, laddove questo accade, perché l’asciutta più che il momento finale della lattazione appena passata è l’inizio della lattazione successiva. 

Quello che si fa in questa fase, nel bene e nel male, influenzerà direttamente l’andamento non solo della produzione di latte, ma la stessa salute della bovina e, in ultima analisi, la redditività della stalla. 

Tuttavia ci sono innegabili difficoltà da superare. E ora, con bovine così produttive, ancora di più.

Si chiede all’animale di cessare la produzione di latte affinché si possa rigenerare il tessuto ghiandolare mammario, quando la sua fisiologia, al contrario, è tutta proiettata verso il parto e la lattazione imminente. Non solo. Il momento dell’asciutta vede bovine con produzioni spesso ancora molto alte, anche con 30 kg di latte, e più. 

Lo stop alla mungitura crea una situazione di notevole stress all’animale, che si somma in genere al cambio di box e alle nuove gerarchie, altri due passaggi che impattano sul benessere di un animale abitudinario e gregario come la vacca da latte. 

E non è finita. 

C’è il rischio sanitario che incombe, con la possibilità che nuove infezioni abbiano inizio proprio in asciutta, destinate ad esitare in mastiti cliniche successivamente. 

L’accesso microbico in mammella trova un alleato prezioso nelle perdite di latte causate dall’accumulo a livello mammario nei primissimi giorni successi alla messa in asciutta. 

Queste tengono aperta la via di ingresso dei patogeni, oltre a creare sulla lettiera un ambiente ad alto rischio di proliferazione batterica, proprio dove la bovina va a coricarsi. 

Coricarsi sì, ma meno di quanto vorrebbe e dovrebbe, perché la quantità di latte che grava la mammella, per la crescente pressione endomammaria, le rende dolorosa, e quindi meno gradita, la posizione coricata. 

Posto che comunque non si può fare a meno dell’asciutta e in allevamento devono esserci animali molto produttivi (quindi anche a fine lattazione) la sfida è trovare protocolli gestionali in grado di abbinare i benefici dell’asciutta per la mammella con la riduzione ai minimi termini del disagio per la bovine, il tutto con semplicità di esecuzione e minime perdite economiche. Una sfida non facile, ma da vincere in ogni caso.

Protocolli che derivino da una stretta collaborazione tra allevatore, veterinario, nutrizionista e che considerino attentamente strutture disponibili e manodopera (in quantità e qualità).

Parlare di asciutta vuol dire parare di benessere animale, di produzione, di sanità (tanto più che incombe la faccenda del trattamento selettivo con antibiotico all’asciutta).

Decisamente l’asciutta è un crocevia di questioni urgenti.