Chi spiega al consumatore cosa è il benessere animale?

“Durante il lockdown gli italiani hanno privilegiato stili alimentari più salutari, orientandosi verso cibi di maggiore qualità e più sicuri, sia in termini di provenienza che di metodi di produzione. E Made in Italy, Km 0 e biologico sono diventati elementi determinanti nelle preferenze dei consumatori”.

Così uno studio realizzato da Nomisma sui nuovi trend nei consumi di carne, un’indagine realizzata per Fileni nell’ambito dell’Osservatorio “The World after Lockdown”.

La lettura di questo studio fornisce tanti elementi interessanti, e non solo in una prospettiva di carni fresche. Cliccate qui per vederlo.

Da parte mia vorrei solo evidenziare che, ancora una volta, emerge con chiarezza che la direzione verso cui si è incamminato il consumatore è quella di una produzione di qualità, certo, ma che ha come componenti basilari di questa qualità la mancanza di antibiotici, il benessere animale, le condizioni di allevamento, la sostenibilità

Sono concetti ormai fatti propri, metabolizzati dal consumatore e da esso ritenuti fondamentali per la sua scelta allo scaffale.

Dunque, per chi produce ciò che il consumatore vuole scegliere, non ci sono alternative all’adeguarsi.

Tuttavia la questione è anche di comunicazione.

Perché i desideri del consumatore sono questi, ma per ognuno di essi ci sono mille possibilità di declinazione, che possono portare al risultato finale desiderato. 

Emblematico è il tema del benessere animale: lo sappiamo tutti che può essere tranquillamente realizzato in una stalla razionale, chiusa, coperta, con tutto ciò che serve per garantire aria, acqua, luce ottimali e benessere in abbondanza.

Lo sappiamo noi, ma non lo sa il consumatore.

Che, infatti, come da tabella che riporto dall’indagine Nomisma, mette l’allevamento all’aperto come fattore primario nelle preferenze di scelta.

Vero è che qui si fa riferimento a una produzione precisa, quella avicola, ma anche per il resto non siamo lontani.

Colpa degli animalisti, dei “compassionevoli” che vogliono un’etichetta che spieghi come si allevano gli animali, se dentro le sbarre o liberi (come viene dato a pensare dal meccanismo – anche grafico –  dell’etichetta proposta che suggerisce già cosa è buono e cosa è cattivo)?

Forse.

Ma soprattutto è grazie all’abitudine consolidata del mondo delle produzioni animali di non considerare necessario comunicare cosa si fa, come lo si fa e perché lo si fa in quel modo.

Con il bel risultato che temi come benessere animale, sanità della produzione, rispetto e sostenibilità dell’ambiente (che da sempre sono le basi di chi alleva, nella stragrande maggioranza) sono ora le bandiere sventolate da chi l’allevamento lo contesta e sempre più è in grado di decidere chi, come, quando e quanto alleverà domani.

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