Quale longevità comunicare?

Che la media di durata in stalla delle vacche da latte debba crescere sono d’accordo tutti. La media lattazioni è decisamente troppo bassa per reggere nel tempo. È una questione economica, ma anche di sostenibilità e raccontabilità dell’allevamento da latte.

Difficile spiegare che si lavora puntando al massimo benessere se poi il consumatore, o chi lo rappresenta, chiede come mai le bovine in stalla ci stanno così poco, se il benessere è tanto come si dice.

Detto ciò, è evidente che la questione presenta un’insidia.

Perché da un lato è vero che la rimonta obbligata è un danno e va ridotta al minimo, che tenere in stalla le vacche un po’ più a lungo è un obiettivo da porsi, ma… quali vacche?

Ovviamente quelle che hanno prestazioni tali da poter stare in stalla.

Questo punto è basilare per un allevamento da reddito.

Per questo la faccenda è insidiosa sul piano comunicativo: perché la durata in stalla delle bovine non  è solo una questione di benessere dell’allevamento, ma anche una scelta economica: si riforma prima – quindi dura meno in stalla – chi non raggiunge una soglia adeguata in termini prestazionali.

Ma è proprio questo un passaggio che va di traverso a chi contesta l’allevamento e, a vario titolo, si pone paladino dei diritti degli animali allevati, qualunque cosa questo voglia dire.

Da quella prospettiva pensare che la vita o la morte (perché poi è così) di una bovina dipenda da una scelta economica e che quindi la durata in stalla non sia un “diritto” di tutte, ma solo di alcune fa l’effetto della stecca di gesso sulla lavagna (ovviamente per chi ha l’età per ricordarsi questo suono).

Insomma, parlare di durata in stalla delle bovine è importante, perché attualmente è un punto debole, oggettivamente.

Ma sapendo che c’è il pericolo di darsi la zappa sui piedi se non si sta attenti a quel che si dice: perché in termini economici la durata in stalla di una bovina non è un diritto, ma qualcosa che l’animale si guadagna.